Alberto Prina e il Festival della Fotografia Etica

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Foto di Jesper Doest

13 Giugno 2021

Alberto Prina, pensando alla filosofia e con la fotografia in testa, si laurea in fisica, fino a quando non potrà più rimandare. Fondatore del Gruppo Fotografico Progetto Immagine, ha ideato e coordina il Festival della Fotografia Etica dalla sua prima edizione. Lavora come fotografo di reportage e fotogiornalista sviluppando progetti nel campo della comunicazione fotografica, multimedia e fotografia collaborativa. Docente di fotografia, organizza corsi e workshop sulla fotografia di racconto e sulle tecniche digitali di post produzione.

Ciao Alberto, l'ultimo Festival della fotografia etica si è svolto in un periodo molto delicato. Raccontaci, come è andata?

Il 2020 sarà sicuramente ricordato come un anno difficile, imprevedibile ed eccezionale. La pandemia, nel bene e nel male, ha condizionato completamente tutte le attività quotidiane, cambiando il senso stesso delle cose e la nostra percezione della normalità. Il Festival della Fotografia Etica ha realizzato in questo contesto la sua undicesima edizione.

Qual è lo scopo del Festival?

Lo scopo del Festival è quello di proporre al grande pubblico progetti di carattere fotogiornalistico che trattano contenuti di rilevante impatto etico, portando l’attenzione di un vasto pubblico su tematiche spesso dimenticate, realtà lontane, uomini e donne altrimenti invisibili e dando spazio a coloro che realizzano questo tipo di fotografia, spesso con sacrifici personali ed economici difficilmente ripagati dai normali canali di divulgazione.

E i premi più importanti che vengono assegnati?

Nelle varie edizioni si è confermata la notorietà del premio “World. Report Award- Documenting Humanity”, importante sguardo sui piccoli e grandi avvenimenti del mondo. Una visione globale e approfondita che permette al Festival di raccontare il mondo attraverso gli occhi dei migliori fotografi documentaristi.

Quando si svolge?

Il Festival, raro evento nel panorama fotografico per la sua lunga storia, per la scelta di impegnative tematiche fotogiornalistiche e per la grande partecipazione di visitatori, si svolge nel mese di ottobre a Lodi, una piccola città di provincia.

Undici edizioni del Festival rappresentano un traguardo importate. Come si è caratterizzata l'ultimo allestimento?

Abbiamo sempre considerato l’undicesima edizione come la prima di un nuovo decennio e la pandemia ha accelerato all’estremo questo concetto, obbligandoci a riflettere e ad agire con nuovi orizzonti. Tanti sono gli elementi che ci rendono orgogliosi di questa edizione. In primis, essere riusciti a confermare la quantità, la qualità e l’internazionalizzazione degli autori esposti. Fotografi come Nikita Teryoshin, con il suo Nothing Personal - The Back Office of War o Maggie Steber con l’operazione di Katie Stubblefield (The Story of a Face) sono progetti che, seppur in modo completamente differente, caratterizzano fortemente il linguaggio fotografico moderno in generale e, in particolare, quello del fotogiornalismo.

Un impegno organizzativo non indifferente. Come siete riusciti a portarlo a temine?

Coinvolgendo quattrocento volontari, un’associazione fotografica e tanta determinazione che, con un pizzico di follia, possono fare la differenza. La differenza tra lo stare a guardare e il fare, tra il subire e il cambiare, tra l’esserci ad ogni costo e abdicare alle condizioni negative.

Con quale impatto sul territorio?

Il Festival non solo ha portato immagini importanti, ma ha inciso sul tessuto culturale, economico e umano della comunità in cui vive. E se dalla comunità nasce l’evento, alla comunità ritorna; in questa edizione, per la prima volta, abbiamo voluto parlare a tutti, arrivando con le “immagini dal mondo” nei parchi, nelle piazze, nei chiostri. Infatti, oltre 10 sono state le mostre all’aperto, gratuite, visitabili a tutte le ore che abbiamo voluto condividere con tutta la città, con le persone che credono che la cultura sia un momento di svago, ma anche motore di cambiamento: un momento magico in cui le immagini fotografiche arrivano a parlare alle nostre coscienze. Da 11 anni il Festival vuole parlare a tutti, non solo agli interessati alla fotografia, ma anche a chi vuole ancora sorprendersi, approfondire e crescere attraverso la cultura. Questo è il senso delle mostre all’aperto. Questo è il senso di aver coinvolto per la prima volta la città di Codogno, primo caso in cui il virus viene riconosciuto ufficialmente per il mondo occidentale. Abbiamo fatto del chiostro comunale un’occasione, ancora una volta all’aperto e gratuita, per condividere e riflettere sul significato di questo tempo attraverso una mostra espressione di una call fotografica che ha coinvolto oltre 50 nazioni e 10.000 immagini. Anche questo è fare ed essere comunità viva.

Tanti scatti e lavori fotografici di qualità. Parlaci delle immagini simbolo del Festival.

Scatti fotografici di incredibile valore, espressione di grande professionalità e dedizione, hanno invaso Lodi per oltre un mese, unendoci come non mai al mondo intero. Particolare attenzione è stata posta alla scelta dell’immagine simbolo, lo scatto reso famoso, popolare e iconico, dell’infermiera stravolta e distrutta dalla fatica. Un grazie e un tributo doveroso ad un’intera categoria, che più di altre è stata e continua a essere sottoposta a pressioni lavorative e di responsabilità. Uno scatto che sarà nei libri di storia e che, nel nostro piccolo, abbiamo voluto aiutare a crescere facendola simbolo del nostro progetto.

Anche quest'anno la sezione "off" del Festival è stata molto ricca.

La sezione OFF del festival ha visto la partecipazione di un grande numero di fotografi provenienti da molte regioni dell’Italia. Essi hanno coinvolto negozi, bar e attività produttive del territorio attraverso mostre fotografiche a tema libero, espressione della voglia di esserci, del giusto ruolo attivo che i fotografi, anche non professionisti, possono svolgere. L’ecosistema del Festival è fatto di tanti ruoli, tanti percorsi e tante esperienze che trovano a Lodi il momento di incontrarsi, confrontarsi e, perché no, bere in compagnia ammirando un tramonto nella piazza più bella del mondo (campanilismo provinciale :-)).

Immagino che stai già lavorando alla prossima edizione. Come sarà?

Tutto questo è stata l’undicesima edizione. Già da adesso stiamo progettando e costruendo assieme la prossima. A partire da marzo, con la decima edizione del concorso, grazie alle nuove tecnologie di connessione digitale e all’ambizione, daremo sempre di più a chi crede nel nostro progetto. Il Festival non si esaurisce nell’autunno, ma continua tutto l’anno con l’attività espositiva presso il nuovo centro di Cascina Roma Fotografia a San Donato Milanese, le “mostre in viaggio” a Lecce, Vigevano, Ferrara e in tante altri sedi. Non sapremo come sarà a ottobre a Lodi, come e con quali regole potremo incontrarci, ma sappiamo che fin da ora noi ci saremo. Se vuoi partecipare assieme a noi per costruire scatto dopo scatto, passo dopo passo, la prossima edizione del Festival della Fotografia Etica, non hai che da cercarci, siamo distanti un click!

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