Amazônia: un “romanzo fotografico” di Sebastião Salgado

© Sebastião Salgado/Contrasto - Sebastião Salgado -  Amazônia

© Sebastião Salgado/Contrasto

La mostra “Amazônia” di Sebastião Salgado aperta fino al prossimo 19 novembre alla Fabbrica del Vapore di Milano espone circa 200 fotografie che per la varietà dei contenuti, per le emozioni che suscita e la completezza delle informazioni riguardanti il “mondo Amazzonia”, costituiscono qualcosa che si può definire più che racconto fotografico, “un romanzo fotografico”. L’esposizione è mirabilmente organizzata in modalità multimediale, vi regna un’atmosfera magica di luci accuratamente studiate che fanno risaltare le splendide immagini accompagnate da sintetiche ma esaurienti annotazioni che raccontano il modo di vivere delle popolazioni amazzoniche.

L’accompagnamento musicale di Jean-Michel Jarre evoca i suoni della foresta, dal fruscio degli alberi, allo scroscio delle acque, ai versi delle scimmie e degli uccelli, avvolgendo il visitatore in un’atmosfera magica.

Accanto alle immagini stampate le didascalie descrivono le usanze delle popolazioni autoctone, i fenomeni naturali che si manifestano tipicamente in questa regione, l’equilibrio ecologico che vi regna, l’importanza planetaria di questa immensa foresta e denunciano il rischio di rovinarla per sempre con gli interventi umani che vi si stanno perpetrando. Grazie alla sua abbondanza d’acqua autoctona, la foresta amazzonica è un’enorme regione (la sua superficie è venti volte la superficie dell’Italia), unica al mondo, in cui la ricchezza d’acqua e la presenza della foresta sono interconnesse: l’umidità dell’aria non dipende dall’evaporazione degli oceani, ma dalla presenza di una vegetazione sterminata; ogni albero disperde nell’atmosfera anche migliaia di litri d’acqua al giorno, creando dei “fiumi aerei” che sommati movimentano una quantità d’acqua superiore a quella del Rio delle Amazzoni; questi fiumi aerei trasportano l’acqua di questa foresta fino al Perù, all’Argentina ed al Centro America, contribuendo all’equilibrio ecologico di queste terre. 

Oltre alle fotografie vengono riprodotte a ciclo continuo alcune toccanti e significative interviste a sette personaggi rappresentativi dei popoli autoctoni e due slide-show, rispettivamente di 18 e 20 minuti, accompagnati da brani musicali dedicati, che ampliano la serie dei ritratti fotografici e dei paesaggi esposti in mostra.

Le immagini sono divise in due grandi capitoli e raccontano come è oggi l’Amazzonia: il paesaggio e le popolazioni indigene. È difficile dire quale dei due capitoli sia più entusiasmante, entrambi sono un mirabile connubio di poesia, tecnica, lavoro, conoscenza e smisurato amore per questa terra.

Le fotografie di paesaggio in grandissimo formato splendidamente stampate “al vivo” sono appese alle pareti nere o al soffitto.

Un importante sottocapitolo del paesaggio è dedicato all’acqua come elemento caratterizzante di questa regione. I panorami acquatici sono ripresi da diversi punti di vista, nella prima parte prevalgono le visioni aeree a campo largo, paesaggi drammatici in cui le nubi assumono diverse configurazioni: possono essere minacciose, avere l’aspetto concreto della nube “pesante” oppure possono sembrare grossi batuffoli di cotone sospesi sopra la foresta. In molte fotografie le nubi si specchiano nelle acque di fiumi, canali e laghi con bellissimi effetti grafici, in altre proiettano le loro ombre che giocano con le luci della foresta compatta. I fiumi dal bianco decorso sinuoso interrompono la foresta scura che sembra voler invadere il fiume. Protagonista è sempre la foresta: fittissima, sembra infinita, non si ferma nemmeno alle pendici delle montagne. Ci sono poi le immagini delle cascate che interrompono la continuità della foresta e incorniciano con l’acqua nebulizzata i dirupi da cui precipitano. Altre fotografie mostrano la potenza delle piogge torrenziali che uniscono le nubi alla foresta e nascondono parte del paesaggio dietro una cortina bianca. In queste fotografie di paesaggio, Salgado esalta l’imponenza della foresta e la presenza costante delle nuvole e della pioggia in Amazzonia.

Le fotografie dedicate ai paesaggi della foresta vergine, senza la presenza umana e con rare rappresentazioni di animali, sono invece riprese ad altezza d’uomo. Protagonista è il disegno degli alberi e delle gigantesche foglie che determina un pregevole effetto grafico, spesso accentuato dal riflesso negli specchi d’acqua.

Tutte le 100 fotografie dedicate ai personaggi (anch’esse in formato grande, ma non gigante come sono le foto di paesaggio) sono montate con un passepartout bianco e sono esposte alle pareti color “terra di Siena” che delimitano alcuni spazi nella zona centrale, attorno a cui sono esposte le fotografie del paesaggio di cui abbiamo parlato. Gli spazi delimitati dalle pareti rossastre ricordano anche nel colore le “ocas”, le tradizionali capanne amazzoniche. I ritratti di singoli personaggi o di gruppo che vi sono esposti rappresentano le 12 etnie indigene che Salgado ha incontrato e fotografato nei suoi innumerevoli viaggi in Amazzonia. Vi sono fotografati personaggi monumentali, ieratici, in posa contro uno sfondo nero, gran parte degli adulti mostra un atteggiamento fiero, spesso gli uomini imbracciano archi e lance rudimentali e guardano dritto nell’obbiettivo, come per dimostrare che non hanno paura, né imbarazzo, ma si mostrano come sono, sembrano chiederci perché l’uomo bianco vuole appropriarsi della loro terra, della loro foresta che hanno curato per millenni. Altre fotografie sono ritratti ambientati che descrivono attività tradizionali, come la cura nella decorazione del corpo, l’artigianato, la caccia, la pesca, la raccolta della frutta, le cerimonie, la danza, i giochi. Numerose fotografie sono ambientate nei fiumi o nell’acqua dei canali, per sottolineare ancora una volta l’essenzialità dell’acqua in Amazzonia.

Dalle didascalie emerge l’enorme rispetto per la natura da parte di questi popoli. Ad esempio, in molte etnie vige l’abitudine di adottare i cuccioli di un animale cacciato, per poi crescerli con affetto, come fossero membri della famiglia.

Dalle sette interviste fatte emerge l’autocoscienza di queste popolazioni, che vivono in un modo che noi definiamo “primitivo” per la nudità esposta, gli ornamenti e i tatuaggi, gli attrezzi e le armi rudimentali usate per la caccia, le capanne e le barche, ma spesso questi “primitivi” hanno ben presente che l’“uomo bianco”, con la sua ingordigia, sta portando alla rovina le loro terre. Dicono che da pochi anni le stagioni sono sconvolte, dicono che rubare la loro terra ha fatto scappare gli animali e che in questo modo si è modificato l’equilibrio ecologico, dicono che si è ridotta la pescosità dei fiumi e che sono arrivate malattie prima sconosciute che non sono in grado di combattere. Sono coscienti del fatto che la deforestazione sistematica, che il Governo brasiliano persegue in nome di un delittuoso progetto di sviluppo, sconvolgerà ulteriormente il clima fino a ridurre le piogge e far scomparire la foresta. Noi sappiamo anche che ciò determinerebbe un danno irreparabile per tutto il pianeta.

Quando i Portoghesi arrivarono in Amazzonia la popolazione locale era di 5 milioni di abitanti, che ora sono ridotti a 370.000, suddivisi in quasi 200 gruppi. Le popolazioni autoctone di questa Regione rappresentano una grande concentrazione di diversità culturale del pianeta: 169 gruppi, 130 lingue, come dice lo stesso Salgado: “Loro sono noi, ”homo sapiens” arrivati lì ventimila anni fa, rimasti lì, divisi in piccoli gruppi per sopravvivere in equilibrio con le risorse”. Chiedono aiuto alla comunità internazionale per poter rimanere in vita nel rispetto della foresta e chiedono di non essere lasciati soli, perché le tribù che si sono isolate non esistono più. 

Il messaggio di questa mostra emerge forte e chiaro: la deforestazione dell’Amazzonia deve essere fermata per non perdere le caratteristiche di questa vasta regione, che è unica per l’apporto che dà all’equilibrio ecologico del nostro pianeta.

Sebastião Salgado

Sebastião Salgado è un fotografo nato nel 1944 in Brasile nello Stato di Minas Gerais. Ha iniziato la sua carriera a Parigi nel 1973, lavorando come fotografo professionista fino al 1994, quando insieme alla moglie Lélia Wanick Salgado ha fondato un’agenzia dedicata esclusivamente ai suoi lavori. Da allora, Lélia ha ideato, disegnato e curato la maggior parte delle sue pubblicazioni e delle mostre itineranti di queste opere, presentate in tutto il mondo. Salgado ha viaggiato in oltre 100 paesi per realizzare i suoi progetti fotografici, che gli hanno dato fama e sono stati pubblicati in numerose riviste e libri come Other Americas, 1986; Sahel: L’homme en détresse, 1986; Sahel: El fin del camino, 1988; An Uncertain Grace, 1990; Workers, 1993; Terra, 1997; Migrations and Portraits, 2000; Africa, 2007; Genesis, 2013; The Scent of a Dream, 2015; Kuwait, a desert on fire, 2016, Gold, Serra Pelada Gold Mine, 2019, Amazônia, 2022. Salgado è Godwill Ambassador dell’UNICEF ed è stato nominato membro onorario della US Academy of Arts and Sciences. Ha ricevuto numerosi premi fotografici e prestigiose onorificenze da vari governi, come il francese Grand Prix National, lo spagnolo Premio Príncipe de Asturias per le Arti e la Medaglia della Presidenza della Repubblica Italiana. Nel 2016 Salgado è stato eletto membro dell’Académie des Beaux-Arts dell’Institut de France e nominato Chevalier de la Légion d’Honneur. Nel 2019 ha ricevuto l’International Peace Prize of the German Publishers‘ Association e nel 2021 Praemium Imperiale Award della Japan Art Association ed il titolo di Honorary Doctor of Arts dell’Università di Harvard (USA). Dagli anni ‘90 Lélia e Sebastião lavorano al ripristino di parte della Foresta Atlantica del Brasile, nella Valle del Rio Doce, nello Stato di Minas Gerais e hanno fondato l’“Instituto Terra”, impegnato in attività di riforestazione, conservazione ed educazione ambientale. Con l’Istituto hanno trasformato un territorio brullo ed arido in una riserva naturale con una foresta che accoglie centinaia di varietà di specie vegetali e animali tipiche della foresta atlantica. Dal 2010, hanno anche sviluppato un programma chiamato Olhos d’Água per il recupero, la protezione e la conservazione delle risorse idriche del bacino idrografico del Rio Doce, che, ad oggi ha consentito il ripristino di decine di migliaia di sorgenti.