Il Diaframma 1967-1996: una storia italiana

© Nino Migliori - Archivio Fotografico Fondazione 3M

© Nino Migliori - Archivio Fotografico Fondazione 3M

Storico e critico della fotografia

Il 13 aprile 1967 per la fotografia italiana è una data importante anche se per tante ragioni compresa l’ingratitudine e la pigrizia pochi la ricordano. Quel giorno a Milano in un piccolo spazio molto ben concepito su due piani al numero civico 10 di Brera nasceva la prima galleria europea totalmente dedicata alla fotografia. Nata dalla volontà e dalla passione di Lanfranco Colombo – manager che lavora nel settore siderurgico ma dedica tutte le energie residue alla fotografia – il Diaframma era l’estensione fisica di un’altra grande iniziativa, la casa editrice omonima fondata l’anno prima per pubblicare libri ma anche la testata americana Popular Photography cui fu aggiunta la edizione Italiana. Nelle sue pagine interne pubblicava un inserto in un cartoncino di colore nocciola che fungeva da copertina di un piccolo catalogo (oggi si direbbe, ahimè, folder) della mostra che ogni mese veniva esposta in galleria.

In quell’aprile Lanfranco calò il suo poker d’assi: una sede posta esattamente a duecentodieci metri da quella della Pinacoteca di Brera, un grande scenografo della carta stampata come Giancarlo Iliprandi come autore del logo della galleria e grafico della casa editrice, un fotografo come Paolo Monti che tagliava il nastro con una mostra di immagini astratte realizzate con la tecnica dei chimigrammi, Umberto Eco che scriveva il primo testo critico di presentazione esordendo con un perentorio “Può sembrare un paradosso: in un mondo bombardato di forme, di colori, di oggetti, di notizie noi andiamo disperatamente alla ricerca di immagini significative” che mantiene una impressionante contemporaneità.

L’importanza dell’avvenimento fu colta solo in ambito strettamente fotografico perché il resto del mondo culturale faceva fatica a riconoscere alla nuova espressione il ruolo che pure meritava. Piccola parentesi per dire che non c’è nulla di cui stupirsi: quando a Milano nel 2009 nacque il, peraltro, pregevole Museo del 900 nessuno spazio era previsto – né è tuttora previsto – per la fotografia.

Torniamo al Diaframma: la galleria diviene presto per gli addetti ai lavori un luogo speciale dove si incontrano autori, giornalisti, critici, appassionati e fotoamatori. Nei suoi trent’anni di storia ha rappresentato un punto di riferimento importante per la crescita della cultura fotografica italiana: su quelle pareti hanno esordito autori che poi si sono affermati a livello internazionale (da Gabriele Basilico a Luigi Ghirri, per citarne solo due), in quegli spazi è stato possibile vedere immagini di fotografi notissimi come Ugo Mulas o Mario Giacomelli, sorprendenti come Michelangelo Antonioni o fino ad allora sconosciuti che si misuravano con il classico reportage e la ricerca di nuovi linguaggi, indagando nei più diversi generi, ma sempre lasciando immutata la qualità delle proposte. La storia di una galleria che ha al suo attivo più di trecento mostre, ha organizzato rassegne ed esposizioni in Italia e nel mondo, ha pubblicato libri e riviste, ha promosso iniziative non può essere facilmente riassunta.

Chi scrive lo ha fatto, assieme a Luigi Erba, in un volume pubblicato nel 1997 dalle Edizioni Colpo di fulmine “L’occhio di Colombo” che però per ragioni editoriali indagava solo sui primi anni di vita della galleria.  Quando Lanfranco Colombo la chiuse, decise di donare la sua imponente collezione a diversi soggetti, fra cui la Fondazione 3M che fra tutti i beneficiari è stata l’unica non solo a mettere in sicurezza le immagini e a catalogarle ma anche e soprattutto a utilizzarle per dar vita a una mostra che ho avuto l’onore e l’onere di curare.

Dopo il debutto nel 2005 al Museo Guggenheim di Venezia con il titolo “Il diaframma. I Maestri della fotografia”, questa grande collettiva ha proseguito il suo percorso espositivo con un nuovo nome “Il diaframma 1967-1996: una storia italiana” che esprime il dichiarato intento di ricordare quella straordinaria impresa e rendere omaggio all’attività di Lanfranco Colombo attraverso le opere di alcuni fra i moltissimi fotografi che hanno collaborato con lui. L’accostamento fra generi e stili diversi, propri di autori lontani fra di loro per formazione, origine, nazionalità, fama è voluto perché esprime l’intenzione di mostrare l’eterogeneità delle proposte, una caratteristica che ha permesso a un pubblico molto vasto di avvicinarsi per la prima volta alla fotografia e di creare un dialogo importante e niente affatto scontato fra il mondo professionale e quello fotoamatoriale.

Quando, in occasione della 18 ͣ edizione del Photofestival, il Comune di Monza ha offerto come sede espositiva Binario 7 si è posto il problema di realizzare un allestimento che sintetizzasse quella ormai lontana esperienza per renderla attuale e ancora vitale. Scartata l’idea di un percorso cronologico che sarebbe risultato in fin dei conti prevedibile, si è pensato di evocare quanto chi ha frequentato la galleria ricordava di aver provato: il senso di sorpresa e meraviglia. Sfruttando la struttura lineare dello spazio si è così deciso di proporre al visitatore di percorrerlo stando al centro così da mettere a confronto, avanzando, le fotografie esposte nella parete di destra e di sinistra che, fronteggiandosi, dialogano fra di loro. Tutto inizia con due ritratti del gallerista realizzati da Enzo Nocera e Vittorio Pigazzini, prosegue mettendo a confronto autori della ricerca (Laszlo Moholy Nagy, Luigi Veronesi, Mario Giacomelli, Edoardo Romagnoli, Pierre Cordier, Maurizio Galimberti), reporter di taglio sociale come Toni Nicolini, Luciano D’Alessandro e Carla Cerati, interpreti del mondo teatrale come Maurizio Buscarino e Joe Oppedisano, fotografi naturalisti come Denis Brihat e visionari come Franco Donaggio.  L’ultima sezione raccoglie alcune immagini dello stesso Colombo rivelando a chi non lo sapeva il suo talento di fotografo di viaggio. La mostra si conclude con una delle più famose immagini del grande Nino Migliori, “Il tuffatore”, che esprime in una ripresa solo apparentemente classica la ricerca sul tempo che da sempre è la caratteristica di fondo della stessa fotografia.

Per concludere, se oggi esistono in Italia tanti nuovi spazi espositivi e un generalizzato interesse per l’espressione fotografica, tutto questo è anche merito di una galleria come Il Diaframma di Lanfranco Colombo che, nel lontano 1967, ha indicato una strada da seguire con determinazione. Per tutto ciò questa mostra è l’espressione di una gratitudine.