Gianfranco Lunardo: emozioni in stenopeica

© Gianfranco Lunardo

© Gianfranco Lunardo

Ho conosciuto Gianfranco Lunardo attraverso la sua pagina Instagram, dove da tempo, regolarmente pubblica fotografie stenopeiche, che ho trovato particolarmente originali, sia per i soggetti ripresi che per la particolare monocromacità che dona a tutte le sue immagini un’atmosfera empatica.

La fotografia stenopeica non utilizza lenti che sono sostituite da piccoli fori in una fotocamera che può essere anche molto semplice e costruita artigianalmente. Necessita, quindi, di lunghe esposizioni e le immagini che si ottengono hanno una elevata profondità di campo e un basso contrasto in una complessiva morbidità di toni.

Ringrazio innanzitutto Gianfranco per la disponibilità a concederci un intervista che consentirà una più consapevole lettura del portfolio che vi presentiamo.

La fotografia stenopeica è praticata con diverse metodologie di ripresa e di registrazione dell’immagine finale. Ci puoi descrivere sinteticamente le tue scelte?

All'inizio ho iniziato a utilizzare una fotocamera Zero Image 2000. Attualmente sto utilizzando alcune macchine fotografiche di Riccardo Gazzarri, un mio caro amico, che ne ha realizzate alcune apposta per me con diverse “focali”. Il pinhole 366, un grandangolo da 30 mm sul formato 6×6; il pinhole 666, un 60 mm; il pinhole 866, un 80 mm sempre nel formato 6×6. Inoltre ha realizzato un multiformato e un panoramico 6×18. Per quanto riguarda le pellicole, ho cominciato con ILFORD FP4, per passare alla FOMAPAN 100 trattata in Hydrofen.

Tutte le tue foto sono in formato quadrato. È una scelta operativa tecnica o artistica?

Ho sempre amato il formato quadrato. I quattro lati uguali suggeriscono un senso di pace, tranquillità e serenità che cerco sempre di trasmettere con le mie foto. Anche per questo l'orizzonte nella maggior parte delle mie foto divide l'inquadratura in due parti uguali. L'armonia nasce dall'equilibrio e dal contrasto non eccessivo. Invece cerco sempre di suggerire l'idea del movimento attraverso le nuvole o gli alberi mossi dal vento. L'acqua, poi, è perfetta nel suo movimento e la lunga esposizione fa il resto.

La tua fotografia rappresenta la realtà, interpretata con scelte personali molto originali. Quali sono i tuoi obiettivi espressivi?

Parto dalla realtà per darne una mia personale interpretazione. Il mondo visto da un foro stenopeico è un mondo senza tempo, silenzioso e incantato, ha uno stato d'animo tutto suo. Il realismo è contaminato, la precisione e la nitidezza sono limitate, tutto ciò trasmette uno stato d'animo etereo e poetico. Nel metodo stenopeico ho trovato, dopo anni di fotografia tradizionale, la mia via di espressione interiore. Ognuno, inoltre, ha una propria strategia visiva, con la quale esprime punti di vista, idee, bagaglio culturale, personalità.

Ho apprezzato la quiete nelle tue foto, nelle quali mi pare di leggere il tempo che scorre, quasi un “reel” che dura i minuti dell’esposizione. Ho la sensazione di stare fermo nel posto che hai scelto, mentre i soggetti rappresentati “vivono” nel loro spazio. È qualcosa che senti quando fotografi?

Nelle immagini stenopeiche, il fotografo crea una nuova visione o, in altre parole, la riscopre. La lentezza del metodo permette un approccio più riflessivo e meditativo. Ti costringe a fermarti, a pensare. C'è un rapporto molto speciale con il tempo e la lunga esposizione ti permette di respirare insieme alla fotocamera e al soggetto. Scatti con più attenzione, riflessione e consapevolezza. La mia è una fotografia silenziosa, rilassata, cerca di trasmettere bellezza e armonia secondo l'idea di Walter Benjamin, ovvero riconoscere lo straordinario come quotidiano e il quotidiano come straordinario.

La luce nel tuo lavoro è intensa, calda e quasi pesante. Sembra costringere il soggetto nell'inquadratura e rallentare il tempo. La ripresa, ci hai già detto, la realizzi con pellicole in BN. Come usi la luce nel tuo lavoro e come riesci a rappresentarla in modo così omogeneo in diverse situazioni?

La lunga esposizione raramente mi permette di lavorare in ambienti chiusi, quindi la mia attenzione è interamente rivolta all'esterno. Non uso né espedienti particolari né filtri. Sono abituato a fotografare quando un soggetto colpisce la mia attenzione e la mia sensibilità, quindi sono costretto a utilizzare la luce disponibile in quel momento specifico. Normalmente preferisco scattare in condizioni nuvolose per ottenere luce omogenea e un effetto sfocato per le nuvole, comunque mi è capitato anche di fotografare in presenza di un cielo sereno e nelle ore centrali della giornata, ottenendo risultati del tutto inaspettati e molto interessanti.

Quali sono i tuoi soggetti preferiti da fotografare in camera stenopeica?

La mia fotografia è prevalentemente paesaggistica, anche perché i lunghi tempi di esposizione e l'uso del treppiede non permettono molto altro. Fotografo sia paesaggi naturali che urbani. Sono affascinato dalle rovine e dai luoghi abbandonati, ma sono attratto anche dall'acqua, un elemento molto presente nelle mie foto, in quanto suggerisce l'idea del tempo che scorre.

Come interferiscono i soggetti umani e la loro presenza-assenza nelle tue riprese?

Sempre a causa della lunga esposizione, le persone solitamente non compaiono nelle mie foto, tuttavia questo non significa che non siano presenti. Sono rintracciabili nelle loro opere e manufatti, negli oggetti che hanno lasciato, siano questi ultimi resti archeologici o siti abitati di recente, ora abbandonati. Le persone vivono e segnano la loro esistenza nella voce silenziosa dei loro resti

Gianfranco Lunardo

Gianfranco Lunardo

Nasce a Roma nel 1953, si è interessato alla fotografia a partire dagli anni 70 del secolo scorso da autodidatta. Si è poi appassionato alla fotografia etnografica collaborando periodicamente con l’Università della Calabria Centro Interdipartimentale di Documentazione Demo-Antropologica indirizzando le sue ricerche verso i mestieri in via di estinzione, le feste popolari e la vita monastica sia maschile che di clausura femminile. Ha seguito i monaci tibetani durante la loro prima costruzione di un Mandala in Italia documentandone tutti i passaggi. Dopo aver fatto parte dell’Associazione artistica Studio 7, ora è socio dell'Associazione fotografica SATOR di Narni. Da sempre amante della pellicola, dal 2008, accantonata la fotografia di pura documentazione si è dedicato a ricerche personali con l’uso di apparecchi Polaroid prima e stenopeici dopo. Ha al suo attivo decine di mostre tra collettive e personali. Sue foto sono state pubblicate su riviste e libri. Tiene incontri e workshop di fotografia stenopeica e, sullo stesso argomento ha pubblicato quattro libri fotografici.

Instagram: @gianfrancolunardo