Incontro con Ernesto Fantozzi Maestro della Fotografia Italiana

© Ernesto Fantozzi - 1958. Milano. Si segue Il Festival di Sanremo alla TV

© Ernesto Fantozzi - 1958. Milano. Si segue Il Festival di Sanremo alla TV

Ernesto Fantozzi, classe 1931, milanese, inizia a fotografare nel 1956 e l’anno successivo si iscrive al Circolo Fotografico Milanese, di cui è Socio Onorario e Socio Benemerito. Ama il Reportage. Nel 1962 riceve la nomina AFIAP (Artiste de la Fédération Internationale de l'Art Photographique). Nel 2002 la FIAF lo nomina prima "Autore dell'anno" e nel 2003 "Maestro della Fotografia Italiana". Ernesto Fantozzi è uno dei soci più amati e stimati del nostro Circolo, tanti di noi hanno frequentato i suoi corsi ed ogni suo intervento o serata viene seguita con attenzione perché trasmette tutta la sua passione per la fotografia. Lo incontriamo nella sua casa/studio di Arese in occasione del suo novantesimo compleanno per un’intervista in cui si apre su alcuni dei suoi temi più cari.

Quando hai iniziato a fotografare cosa ti ha spinto a dedicarti alla foto di documentazione?

Da ragazzo, ero appassionato di calcio e di ciclismo che seguivo dalle riviste illustrate nazionali e francesi. Come è naturale, mi capitava di far paragoni tra i servizi fotografici, riconoscendo la miglior qualità dei transalpini. Fu questo il mio primo esercizio cosciente di lettura delle immagini e dei significati che trasmettevano. Il mio sguardo e il mio sentimento erano orientati anche dalla passione per i film del neorealismo italiano e dei suoi principali registi, Luchino Visconti, Rossellini, De Sica. La mia prima fotocamera fu un regalo natalizio di colei, che poi divenne mia moglie e che allora io trascinavo lungo le strade della Lombardia per seguire e scattare qualche foto durante le corse ciclistiche.

Nelle tue immagini la cura nella composizione, che noi tutti apprezziamo, rispetta una sintassi ben precisa dove l’aspetto documentario è prevalente rispetto all’estetica fine a se stessa.

Non sono un artista che crea, ma un fotografo che registra la realtà allo scopo di rendere una testimonianza che sia il più possibile autentica: «Io ero là e ho visto questo». Potrei definire così il mio modo di fotografare. So benissimo che se un professore di lettere e un semi-analfabeta, chiamati a rendere testimonianza di un fatto cui hanno entrambi assistito, la renderebbero con intonazione e parole diverse. Io credo che la testimonianza del professore sia comunque da preferire per l’uso di verbi, vocaboli e aggettivi più appropriati e, quindi, maggiormente aderenti al fatto in questione. Per fare un riferimento linguistico, la composizione della frase senza orpelli è quella che io cerco di adottare nelle mie foto: soggetto, predicato e complementi.

Oggi tanti fotografi cercano la via facile del sensazionalismo nelle foto di reportage tanto che su questo argomento Fred Richtin si è espresso in maniera negativa, cosa ne pensi?

Sono perfettamente d’accordo con quanto ha affermato Fred Richtin. Le foto di reportage hanno lo scopo di informare, non sono né diletto né spettacolo.

Nel tuo studio trova posto un’ampia raccolta di testi di fotografia. Tra tutti i grandi fotografi tre hanno contribuito in particolare modo alla tua formazione, Henri Cartier Bresson, Robert Capa e William Klein.

Esatto. Questi sono i fotografi che più hanno influenzato il mio modo di osservare e fotografare la vicenda umana.

Parlaci del Gruppo 66, come è nato, la visione in contrapposizione allo stile imperante al CFM e chi erano i componenti.

Il Gruppo 66, effettivamente nato nel 1965, fu denominato così su mio suggerimento, dato che 66 mi sembrava preferibile dal punto di vista grafico. E’ nato dalle conversazioni sulla fotografia amatoriale italiana che facevo con Mario Finocchiaro. Completamente d’accordo, entrambi la ritenevano del tutto lontana dalla capacità di registrare e riportare l’autentica vita reale di tutti i giorni. L’idea di raggruppare un certo numero di fotografi che la pensavano come noi fu originalmente comunicata agli amici Castagnola e Cosulich. Il passo successivo fu quello di invitare a far parte del gruppo che stava per nascere alcuni giovani soci del CFM, come Bassanini, Rosa e Serravezza.

La ricerca è fondamentale per la preparazione di ogni tuo intervento, ricordo una serata al Circolo dedicata alla fotografia sulla metropolitana, partendo da un tuo lavoro sulla MM ci hai mostrato il punto di vista di altri illustri fotografi, come è nato questo lavoro?

Il reportage sulla Metropolitana Milanese è nato dal desiderio di documentare delle situazioni che coinvolgono quotidianamente grandi numeri di persone. Avevo richiesto alla direzione della MM la necessaria autorizzazione e, nell’attesa, avevo iniziato e seguitato a fotografare. L’autorizzazione non arrivò mai, anche se l’ATM usò alcune delle mie fotografie, scattate proprio in metropolitana, in una sua esposizione pubblica con tanto di catalogo.

Conservi tutte le macchine fotografiche che hai usato in questi anni, a quale sei particolarmente “affezionato”?

Non ho mai dato dentro, come si suole dire, per un nuovo acquisto alcuna delle mie macchine fotografiche. Le conservo tutte, Se devo nominare quella alla quale sono particolarmente affezionato, allora indico la LEICA M2 che è stata per me la prima di una serie che ho concluso con la M6.

Da te ho imparato ad usare solo le ottiche fisse, quali ritieni la più adatta alla tua visione?

Le ottiche che uso più frequentemente sono il 24, il 28 e il 35 mm. che ti obbligano a stare vicino ai soggetti.

Ancora adesso curi personalmente lo sviluppo e la stampa delle tue foto, sempre rigorosamente in bianco e nero.

Esatto, almeno fino a qualche mese fa.

Bianco e nero vs colore.

Io sono un fotografo documentarista: fotografo la realtà, che ovviamente è colorata e quindi dovrei fotografare a colori, ma la faccenda non è così semplice. Il punto è che nelle rappresentazioni e nelle narrazioni sia verbali che grafiche i colori assumono dei valori e dei significati propri, spesso diversi da quelli che appaiono nella realtà. Ecco perché ho sempre fotografato in bianco e nero, per evitare questi tipi di depistaggi che possono orientare, alterandola, la pura e semplice narrazione.

Analogico e digitale, il dibattito è molto vivace. Perché ritieni ancora superiore la pellicola rispetto al digitale e quale futuro può avere?

Secondo me la differenza non sta nel mezzo utilizzato per registrare la realtà, ma nella sincerità del fotografo che non dovrebbe voler stupire ma limitarsi ad informare. Naturalmente questo vale per la fotografia documentaria. Per quella artistica posso solo dire che non è mai stata affar mio.

Non hai mai voluto diventare un professionista, cosa ti ha spinto a rimanere nell’ambito amatoriale?

Dopo aver staccato la tessera di professionista per la ZENIT PRESS, che tuttora conservo tra i miei ricordi, compresi quasi subito, rifiutando il primo incarico, che, per più di un motivo, non ero adatto a svolgere questo tipo di lavoro, per di più alle dipendenze di qualcuno.

Ogni tuo scatto ha una storia a quale sei più affezionato, ci vuoi raccontare un aneddoto?

Fatico a sceglierne uno ma, se obbligato, opterei per quello del camionista del Mercato Ortofrutticolo che, non desiderando evidentemente di essere fotografato, mi girava la schiena ogni volta che mi posizionavo davanti a lui. Allora, con la macchina fotografica preventivamente regolata, scelsi un riferimento che, sul lato opposto della strada, gli stesse proprio di fronte. Fu così che iniziai a spostarmi, volgendogli le spalle, e quando arrivai all’altezza del segnale mi girai e zac! premetti il bottone di scatto.

Alcune tue immagini sono esposte al Mo.Ma e al Metropolitan Museum di New York, come è nata questa collaborazione?

L’acquisizione di mie fotografie da parte di alcuni musei americani, fra i quali il Mo.Ma e il Metropolitan Museum di New York, è principalmente dovuta ad Enrica Viganò, che da anni svolge una intensa opera di divulgazione della fotografia italiana negli USA.

Tanti giovani si avvicinano al mondo della fotografia, quali consigli puoi dare?

Uno soltanto: quello di non accettare consigli.

Quali progetti hai nel cassetto?

Una delle mie Leica contiene ancora un rullino col conta-pose fermo sul numero 25. Credo che prima o poi dovrei finirlo.

Salutiamo e ringraziamo il maestro per questa intervista, ci saranno presto nuove occasioni di incontro.

Ernesto Fantozzi

Ernesto Fantozzi

Classe 1931, milanese, dal 1956 racconta attraverso l'obiettivo il vivere quotidiano e nel farlo non lascia spazio a nessuna trasformazione. Le fotografie sono un racconto ed il "lettore" deve entrarci dentro come in un fatto di cronaca.

Inizia a fotografare nel 1958 e da allora è fedele al Circolo Fotografico Milanese, di cui è Socio Onorario e Socio Benemerito. Ama il Reportage. Fin dalle primissime fotografie e evidente la sua formazione giovanile iniziata sfogliando le riviste straniere, osservando e studiando immagini sportive e di guerra, realizzate nel modo che ancora oggi preferisce: nessuno spazio all'estetica fine a se stessa, ma grande attenzione al significato documentario che l'immagine può trasmettere.

Nel 1962 riceve la nomina AFIAP - Artiste de la Federation Internationale de l'Art Photographique.

Tra i fondatori del “Gruppo 66” che raccoglieva alcuni appassionati fotografi non professionisti uniti dallo scopo di documentare la quotidianità della vita milanese. Con l’esaurirsi dell’attività del gruppo (che sarà illustrata in un volume edito dalla LEONARDO ARTE) verso la metà degli anni settanta, anche Ernesto Fantozzi sospende la sua pur cospicua produzione personale ed inizia a tenere corsi annuali di storia critica della fotografia di reportage presso il Circolo Fotografico Milanese.

Riprende a fotografare nel 1994 e nel 1998 dedica una lunga ricerca visiva – poi pubblicata in un fotolibro – agli ultimi artigiani argentieri di Milano, al lavoro nella gloriosa Galbiati.

Poco dopo pubblica un volume che il CMAE (Club Milanese Automoto d’Epoca) gli commissiona per illustrare i propri soci più attivi ed appassionati. Segue la pubblicazione del volume “Relazioni che curano” realizzato per illustrare il viver quotidiano nella Casa di Riposo Gallazzi Vismara di Arese.

Nel 2002 la FIAF lo nomina prima "Autore dell'anno" e nel 2003 "Maestro della Fotografia Italiana".

Nel 2013 presso la fondazione Isec di Sesto San Giovanni viene presentata la mostra “Il paese industriale.1964”. Si tratta di un reportage, in gran parte inedito, realizzato nel 1964: cinquanta scatti in bianco e nero che documentano con grande nitidezza le trasformazioni antropologiche e sociali, prima ancora che economiche, dei paesi del Nord Milano negli anni del miracolo economico. Dalla mostra è stato ricavata una pubblicazione.

Nel 2018 presso il Centro Civico Agorà di Arese viene inaugurata la mostra “Arese” e presentato il libro fotografico, storie raccontate in bianco e nero, che rappresentano e osservano la città Arese da una prospettiva diversa.

Nel 2019 presso il Fondo Malerba per la fotografia viene presentata la mostra “Dalla grande Milano al paese industriale”. Dalla mostra è stato ricavata una pubblicazione.

Una selezione di sue fotografie è inserita nell’esposizione con itineranza internazionale e nel libro NeoRealismo.

La nuova immagine in Italia 1932-1960, pubblicato nelle edizioni italiana (Admira Edizioni, 2006), spagnola (La Fábrica Editorial, 2007), tedesca (Christoph Merian Verlag / Fotomuseum Winterthur, 2007) e inglese (DelMonico Books•Prestel / Admira Edizioni, 2018).

Sue opere sono state acquisite da importanti collezioni private e istituzioni pubbliche e rientrano nella recente acquisizione del Metropolitan Museum of Art (New York): Il paese industriale - Cologno Monzese, Il paese industriale - Cinisello Balsamo e Distributore di benzina in viale Regina Giovanna, Milano.