Incontro con Riccardo Bononi, fotografo e antropologo

© Riccardo Bononi - Une belle vie, une belle mort

© Riccardo Bononi - Une belle vie, une belle mort

Laureato in due diversi campi delle scienze sociali, psicologia e antropologia, Riccardo Bononi è membro dell'agenzia fotografica internazionale Prospekt Photographers. Dal 2010 Riccardo lavora come antropologo visivo presso l'Istituto Irfoss di Padova, Italia. Nel 2015 è stato nominato "Best Photographer of the Year - Professional Sport Category" ai Sony World Photography Awards. Le sue foto sono state esposte a Londra, Berlino, Bucarest, Parigi, Pechino e Lishui. Nella sua visione la fotografia documentaria è molto più di un mero strumento di raccolta dati: è la base per un linguaggio universale, un ponte tra persone e luoghi che permette di superare i confini invisibili tra le culture.

Ciao Riccardo, parlaci di te. Come ti sei avvicinato alla fotografia?

Io non nasco come fotografo. Mi sono laureato in neuroscienze a Padova, dove sono nato. Poi a Bologna ho conseguito la secondo laurea in antropologia. Ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della ricerca sul campo davvero molto giovane, nel 2006. E’ un lavoro che permette di passare diversi mesi sul campo, vivendo per lungo tempo a stretto contatto con la popolazione locale. In questo modo riesco ad approfondire lo studio e, nel contempo, raccontare delle storie anche con il mezzo fotografico.

Quindi sei riuscito ad unire la passione per la fotografia con il lavoro di ricercatore e antropologo.

Sì, tramite il mio lavoro ho cominciato a girare il mondo e a scattare fotografie che sono state molto apprezzate. Ho realizzato lavori negli Stati Uniti e poi Sudamerica. Alcuni progetti in Asia, in Malesia, Thailandia, India e poi in Africa. In particolare in Madagascar, dove ho realizzato un progetto che è durato 12 anni e che ha portato alla redazione del libro “Une belle vie, une belle mort”.

Quale è stato il tuo primo lavoro fotografico ad essere stato pubblicato?

E’ stato nel 2013, un lavoro su un carcere di La Paz in Bolivia commissionatomi dal Corriere della Sera.

Poi nel 2015 è arrivato un premio importante, il lavoro sulla lucha libre femminile, il wrestling femminile in Bolivia, che mi è valso il primo premio ed il titolo di “Miglior Fotografo dell’Anno” (categoria Professional Sport) ai Sony World Photography Awards. Quella singola storia è stata pubblicata più di 300 volte in 5 continenti. Grazie anche a questo successo l'anno successivo sono entrato a far parte dell’agenzia Prospekt di Milano.

Parlaci del tuo metodo di lavoro fotografico.

La particolarità del mio modo di lavorare è quella di passare lunghi periodi sul campo. Ciò mi consente di utilizzare le mie conoscenze, approfondire e andare oltre alla cosiddetta fast-news. Oggi anche all'interno del fotogiornalismo le cose stanno cambiando e la specializzazione è apprezzata.

Utilizzi, quindi, la tua specializzazione e capacità di lettura della società e dell'uomo.

Certo. Si chiama osservazione partecipativa, che è il metodo proprio dell'antropologia. Se vuoi raccontare qualcosa a livello scientifico o a livello divulgativo, come nel caso del giornalismo, devi condividere le esperienze. Devi stare dentro la storia. Il mio metodo si contrappone ad un certo modo di fare il fotogiornalismo che vede il reporter distaccato e freddo, che non interviene e non ha rapporti con l’ambiente circostante. Ciò crea un certo conflitto tra le mie due anime: reporter e antropologo. Ma la seconda è quella che assolutamente mi coinvolge di più.

Parlaci di come questo modo di lavorare si ripercuote sullo scatto fotografico

Se guardi le mie foto, questo approccio traspare. Ad esempio, nel lavoro realizzato in Bolivia sulla lotta libera femminile che ha vinto il World Photography Awards, si nota la vicinanza con i soggetti resa possibile dal fatto che ho vissuto a lungo con queste donne. Le ho osservate durante tutta la giornata, nella loro vita quotidiana, come madri, mogli e lavoratrici, oltre che lottatrici sul ring.

E adesso, in questo periodo di epidemia, cosa stai facendo?

Faccio base a Padova. Lo scorso anno abbiamo realizzato un festival internazionale di fotogiornalismo in collaborazione con importanti agenzie fotografiche tra cui Magnum, Capta, Seven, Contrasto, Prospekt. Abbiamo avuto tra gli ospiti anche Alex Webb e Thomas Dworzak, il presidente di Magnum. E’ stato una bellissima iniziativa che ripeteremo lungo tutto il mese di Giugno di quest’anno. Finito questo periodo di lockdown andrò in Asia per due o tre mesi.

Tu fotografi a colori. E’ una scelta di marketing o una passione?

Io vedo i colori, quindi mi piace molto fotografare così. E l’invito di Alex Webb al festival è stato anche una dichiarazione d'amore verso il colore; rispetto ad altri che vedono di più i contrasti tra le luci, a me capita più facilmente di notare i contrasti cromatici. Inoltre, occorre considerare che le foto a colori hanno più spazio nelle riviste e nei giornali. 

Che attrezzatura utilizzi? Usi un’ottica fissa o uno zoom?

Uso una reflex equipaggiata con il 24/1,4. Non per integralismo ideologico, ma per praticità, per viaggiare il più leggero possibile. Al di là di qualche memory card, affianco anche una ottica da battaglia, mezza rotta che uso solo proprio per emergenza. Mi è capitato a volte di dover dormire per terra e l’ho lasciata in giro. Non me l’hanno mai rubata.

Ci hai parlato dell’agenzia Prospekt; raccontaci da quanto tempo è cominciata la collaborazione e come si integra col tuo lavoro di antropologo.

Sono entrato a far parte dell’agenzia nel 2015. La collaborazione si sposa bene con il mio lavoro di antropologo. Ho l’opportunità di relazionarmi con fotografi che hanno diversi stili fotografici. Ma tutti con un solido background. Ad esempio, Pietro Masturzo, che è stato il primo italiano a vincere il World Press Photo come miglior fotografo dell'anno, è laureato in Scienze Politiche ed esperto del conflitto israeliano-palestinese.

E’ la dimostrazione che non si può scindere la conoscenza e la cultura dallo scatto fotografico…

Eppure questo principio non è sempre così condiviso. Si sta per fortuna diffondendo un nuovo modo di approcciarsi allo scatto che si chiama Slow photojournalism. E’ il tentativo di raccontare storie in profondità beneficiando di tempi di lavoro più lunghi. Questo approccio essendo più costoso è meno richiesto. E’ più facile ricevere proposte di lavoro da svolgere in poco tempo oppure vedere utilizzate fotografie di minore qualità ma scattate da persone che sono sul posto.

Quando affronti un progetto ti muovi da solo o hai un piccolo staff?

Di solito mi muovo da solo e mi avvalgo di persone che conosco sul posto, che poi spesso diventano amici. A proposito di relazioni che si sviluppano nel tempo, una delle situazioni che mi ha toccato maggiormente è avvenuta proprio in Madagascar. Nel 2011 ho assistito da vicino alla morte di uno degli anziani del villaggio in cui mi trovavo e, a distanza di diversi anni, sono stato ricontattato dalla famiglia del defunto per invitarmi ad assistere alla circoncisione dei due nipotini che non avevano mai conosciuto in vita.

Cosa ti piace di più del lavoro da fotografo?

La parte più gratificante di questa professione è sicuramente la possibilità di instaurare rapporti umani autentici. Quando ad esempio sono entrato a far parte dell’agenzia fotogiornalistica Prospekt, con sede a Milano, ho avuto modo di incontrare molto più che semplici colleghi, ma veri e propri amici e, negli anni, quasi una famiglia. A Milano quindi torno spesso e sempre volentieri, e prometto che la prossima volta passerò sicuramente a trovarvi!

Grazie Riccardo, noi ti aspettiamo.

http://www.riccardobononi.com

http://www.irfoss.com

https://www.prospektphoto.net/photographerpage/riccardo-bononi/

Riccardo Bononi

Laureato in due diversi campi delle scienze sociali, psicologia e antropologia, Riccardo è membro dell'agenzia fotografica internazionale Prospekt Photographers. Dal 2010 Riccardo lavora come antropologo visivo presso l'Istituto Irfoss di Padova, Italia.

Pur combinando fotografia e audiovisivo come approcci di ricerca privilegiati, ha lavorato in Africa, Sud e Nord America, Asia ed Europa. Dal 2006 si è concentrato sui tabù riguardanti la morte, soprattutto in Madagascar.

Nel 2015 è stato nominato "Best Photographer of the Year - Professional Sport Category" ai Sony World Photography Awards. Le sue foto sono state esposte a Londra, Berlino, Bucarest, Parigi, Pechino e Lishui. Nella sua visione la fotografia documentaria è molto più di un mero strumento di raccolta dati: è la base per un linguaggio universale, un ponte tra persone e luoghi che permette di superare i confini invisibili tra le culture.