L’immagine dei fatti, intervista a Mauro Galligani

© Mauro Galligani - Sarajevo 1992

© Mauro Galligani - Sarajevo 1992

Mauro Galligani è tra i più importanti e prolifici fotogiornalisti italiani. I suoi lavori hanno raccontato i grandi avvenimenti della storia e della cronaca recente. Ama definirsi un giornalista che usa l’immagine fotografica per esprimersi. Lo abbiamo incontrato nel suo bellissimo studio di Milano per farci raccontare il suo percorso professionale e il suo personale stile fotografico.

La tua è una lunga vita professionale. Iniziamo dalla formazione. Quando hai deciso di diventare fotoreporter?

Ho fatto la Scuola di Cinematografia di Roma. E stata importante per la mia formazione e per l’inserimento nel mondo del lavoro. Grazie alla scuola e agli ottimi risultati che ho ottenuto sono entrato nell’Agenzia Italia. È così che ho iniziato a fare foto. A raccontare storie per immagini, che era la mia passione. Con l’Agenzia ho fatto i miei primi lavori. L’Agenzia Italia ha una parte importante del mio archivio, sono le fotografie degli inizi del mio lavoro che vorrei recuperare

Dove hai imparato la professione di fotogiornalista?

La scuola, che è stata fondamentale per me, mi ha insegnato come si racconta una storia. Mentre la professione l’ho imparata al Giorno di Milano, dove sono entrato dopo l’acquisizione dell’Agenzia Italia da parte dell’ENI, proprietario della testata giornalistica. Era diretto da Italo Pietra e aveva una redazione ricca di grandi giornalisti: Gianpaolo Pansa, Gianni Brera, Giorgio Bocca, Tiziano Terzani e molti altri ancora. Staff e organizzazione di prim’ordine. Ricordo, in particolare, gli avvenimenti del sessantotto, le foto dell’assalto al Corriere della sera, la resa della Facoltà di Architettura con il preside Capuano che esce con le mani alzate. Ricordo anche le foto dei Beatles a Milano e di Charlie Chaplin al Cenacolo seduto sugli scanni dei frati.

Raccontami del passaggio ad EPOCA.

Il vicedirettore del Giorno, Angelo Rozzoni nel 1971 lascia il quotidiano per fondare Il Milanese - settimanale edito da Mondadori - e mi chiede di andare con lui. Rozzoni voleva fare il New Yorker milanese ma l'iniziativa non ha successo. Lascio quindi il Milanese e passo ad Epoca, dopo una breve esperienza a Grazia. Ad Epoca sono stato dal 1975 al 1997, anno in cui ha chiuso. È in questo periodo che sono riuscito a fare sintesi tra la tecnica del racconto, che ho imparato a scuola, con lo stile giornalistico, che ho appreso al Giorno. Le due cose messe assieme hanno formato il mio personale modo di fotografare.

Riflettendo sul tuo stile, come lo descriveresti.

Per me la fotografia inizia e finisce nel momento dello scatto. Ossia, nessuna messa in posa e solo la luce esistente. Oggi con la tecnologia è aumentata la pratica di post-produzione fotografica. Ma questa per me non è fotogiornalismo. Prediligo raccontare una storia per immagini, dando tutte le informazioni che servono. Per questo mi ispiro al giornalismo scritto, nel senso che cerco di raccontare in modo chiaro e sintetico. E, prima di svolgere l’incarico, mi informo su cosa devo fotografare: la storia del luogo e gli eventi che stanno accadendo. Le immagini giornalistiche devono avere un alto valore informativo altrimenti non servono a nulla.

Quali sono stati i tuoi maestri.

Se devo trovare un maestro, questo è il giornalista. Spero di fornire informazioni analoghe a quelle che un bravo giornalista riesce a dare con il suo testo scritto. Dal punto di vista giornalistico, quindi, in miei maestri sono stati la decina di fuoriclasse del giorno, Gianni Mura, Alberto Baini, Toni Capuozzo ed altri, conosciuti a Epoca.

Raccontaci dei lavori che hai realizzato.

Ho fotografato tutto quello che una rivista o un giornale richiede. I grandi avvenimenti della cronaca internazionale, le guerre in America Centrale, in Africa e in Medio Oriente, nei Balcani e nel Caucaso, ma anche temi sociali, politici, di sport e di costume. Inclusi i protagonisti della scena pubblica.

Trai tanti lavori un posto particolare va riservato a quelli realizzati nei Paesi dell’Est che hai frequentato a lungo e a cui hai dedicato ben tre libri: Tempi dell’EST (1999), Cremlini (2004) e L'impero perduto (2009).

Ho un particolare legame con i Paesi dell’Est avendo realizzato servizi in diversi Paesi di quell’area, tra cui, ma non solo, Russia, Germania dell’est, Romania, Albania, Jugoslavia, Ucraina, Cecoslovacchia e Cina. Ho fotografato la realtà dell'ex Unione Sovietica, delle sue repubbliche e degli Stati satelliti. E poi il crollo dell'URSS e la nascita della nuova Russia.

Tu sei stato anche Picture Editor.

In cosa consiste questo lavoro? Ad Epoca ero anche il responsabile dell’immagine, il Picture Editor con ampia responsabilità sull’aspetto della rivista. L’Art Director dipendeva da me. Oggi i Photo Editor hanno minore autonomia all’interno del quotidiano, dovendo rispondere al giornalista che ha scritto il pezzo, al caposervizio e all’art director. Ma hanno un potere significativo nella scelta delle immagini. Salvo alcune eccezioni, sono poco competenti e per questo motivo sono una delle cause della crisi del fotogiornalismo. Quella di Photo Editor è una professione che richiede sacrificio e competenza. Per questa ragione bisognerebbe assegnare la responsabilità di questo ufficio a un giornalista.

Parliamo della professione del fotoreporter.

Alcuni professionisti si stanno trasformando in videoreporter. Cosa sta accadendo? In Italia il lavoro di fotoreporter sta morendo. I direttori dei giornali non acquistano più le fotografie. Si affidano a servizi in abbonamento o a importanti agenzie straniere. Le agenzie italiane, anche le più importanti, non si occupano più di fotogiornalismo. L’avvento del digitale, inoltre, ha aggravato la situazione.

Guardiamo al futuro.

Cosa consiglieresti ad un giovane fotografo che volesse intraprendere la tua professione. Quella del fotoreporter è una professione affascinante ma è difficile da fare in Italia. Sarebbe meglio negli Stati Uniti. È un altro mondo, con maggiori opportunità. Consiglierei inoltre di non limitarsi a studiare la tecnica fotografica ma investire nella formazione e nella cultura generale, leggendo e informandosi. Solo in questo modo potrà riuscire a rappresentare una storia per immagini cogliendo visivamente le informazioni utili al racconto.

Grazie Mauro per la disponibilità e auguri per i tuoi nuovi progetti.

Raccolta immagini

Mauro Galligani

Mauro Galligani

Mauro Galligani (Farnetella di Sinalunga, SI, 1940) frequenta la Scuola di Cinematografia di Roma e diventa direttore della fotografia. Attraverso lo studio del cinema neorealista capisce l’importanza del racconto per immagini e forma la qualità filmica dei suoi reportage. Nel 1964 entra a "Il Giorno"; il contatto con una delle migliori scuola di giornalismo italiano segna da allora la coerenza e lo stile di ogni suo servizio. Nel 1971 passa alla Mondadori. Per "Epoca", il suo giornale dal 1975 al 1997, Mauro Galligani segue i grandi avvenimenti sia della cronaca italiana, come per esempio il reportage sul disastro della diossina in Brianza nel 1976, i terremoti del Friuli e dell’Irpinia, l’indagine sul Delta del Po, le personalità della politica, della cultura e dello spettacolo, la comunità di San Patrignano, sia internazionale, dalle guerre in America Centrale, in Africa e in Medio Oriente, alla vita nei paesi dell’Europa orientale e nell'Unione Sovietica, paese di cui segue da trent’anni ogni cambiamento. Nel 1997 è stato rapito dai separatisti ceceni durante un reportage sulla Cecenia e tenuto in ostaggio per 49 giorni prima di essere liberato. Dopo la chiusura di “Epoca” passa a “Panorama” in qualità di picture editor. Ha collaborato con alcune delle più importanti testate al mondo, fra le quali Life magazine. Oggi è freelance. Vive e lavora a Milano.

Ritratto di Mauro Galligani di Emilio Senesi