Pandemonio

© Alessia Spina - Emma

© Alessia Spina - Emma

7 Ottobre 2021

Il Milanese ha incontrato Alessia Spina, una giovane fotografa appassionata che ha realizzato un intenso e profondo reportage fotografico incontrando persone affette da attacchi di panico, una delle manifestazioni psicopatologiche più comuni di questi tempi.

Le fotografie sono state raccolte in un libro e recentemente sono state esposte in una mostra nell’ambito del Milano Photofestival 16th.

Libro e mostra hanno il medesimo titolo: PANDEMONIO.

Il Milanese ha selezionato alcune foto di PANDEMONIO e Alessia ha risposto alle nostre domande.

Perché hai scelto il nome Pandemonio?

L’attacco di panico arriva all’improvviso e ti ribalta la vita, è un demone che provoca uno stravolgimento totale delle tue certezze. Il termine panico deriva dalla divinità greca Pan (nella mitologia greca, il dio Pan si aggira nelle foreste, insegue le ninfe e mette loro paura con ululati spaventosi. Arriva all’improvviso e cambia aspetto ogni volta per non farsi riconoscere. In realtà il dio Pan non fa male fisicamente, ma nessuno vuole incontrarlo né vuole parlarci perché è brutto, imprevedibile e incute paura. NdA), quindi Pan + demone, ma in greco pan vuol dire anche tutto; perciò pandemonio è anche espressione di tutti i demoni che arrivano all’improvviso a sconvolgerti la vita.

Come sei riuscita a capire l’importanza di fotografare le persone colpite da attacchi di panico?

Per esperienza personale ho vissuto molte volte il pandemonio causato dagli attacchi di panico. (L’attacco di panico si manifesta con tremori, sudorazione, nausea, sbandamento, vampate, brividi, paura di soffocare, di impazzire o di morire. NdA). Poi, a un certo punto, ho deciso di combattere la “paura della paura”, di guardare in faccia il mostro e ho iniziato un percorso di conoscenza per esorcizzare il diavolo, dargli un nome e sconfiggerlo. Spesso si tende a nascondere la sofferenza degli attacchi di panico, dei traumi irrisolti, quasi a voler nascondere la polvere sotto il tappeto. Cercavo un modo per far uscire il “mostro” all’esterno. Ho pensato quindi al mezzo fotografico perché la fotografia invita a parlarne. Le fotografie sono un mezzo per conoscere, indagare ed esprimere il proprio mondo affettivo e relazionale.

Quindi la fotografia può essere considerata un ausilio terapeutico?

Certamente. La fotografia, al pari di tutte le altre espressioni artistiche, serve moltissimo per combattere il mostro, per dargli un nome. Con la fotografia si può riuscire a raffigurare gli elementi significanti, restituendo e riaffermando l’identità dell’individuo. Come sostengono molti psicoterapeuti, l’arte aiuta a dare forma al disagio, a portare il disagio fuori da sé. A buttare fuori il “mostro”. L’ho sperimentato di persona e con gli altri e le altre che ho incontrato.

Parliamo più concretamente del mezzo fotografico. Come hai realizzato il reportage che ha dato origine a Pandemonio?

Ho incontrato persone che soffrono di attacchi di panico, a volte amici, a volte perfetti sconosciuti. Ho ascoltato le loro storie, imparato dalle loro storie e infine raccolto parole e immagini. "Pandemonio" è il risultato di 4 anni di lavoro perché ogni incontro durava molto tempo. Andavo nelle loro case per non creare disagio e iniziavo il colloquio con un’intervista strutturata, ma in concreto passavo ore a sentire storie, a scambiarci impressioni. Durante l’incontro cercavo di prefigurarmi le immagini più adatte a raccontare quella specifica esperienza di panico. Le riprese fotografiche arrivavano alla fine, dopo molto tempo passato insieme. Lavoravo con quello che c’era in casa, luce naturale, pareti, angoli, mobili. Davo solo le indicazioni sulla posizione, la posa delle mani, l’espressione per arrivare a diverse interpretazioni a seconda dei personaggi.

Ci puoi indicare alcuni casi particolari di questi ritratti ambientati?

Elena aveva attacchi panico in presenza di volatili. Per rendere visivamente la sua paura, le ho chiesto di posizionarsi con un lenzuolo nero sulla spalle e di agitare le braccia come fossero ali. Ho scattato per avere un mosso creativo. Alexis soffriva per un importante dualismo. L’ho ritratto davanti a uno specchio con una mano appoggiata sopra lo stesso specchio. Ho chiesto a Emma di posizionarsi dietro una porta a vetri e di appoggiare le mani sul vetro perché era prigioniera di una situazione scomoda che non riusciva a superare.

Che cosa ti ha lasciato Pandemonio?

E’ emerso che mentre durante l’attacco di panico ti sembra di morire, in realtà di panico non si muore. E’ una ribellione del corpo a situazioni di comodo ormai scomode, un segno che bisogna cambiare qualcosa. E’ un evento positivo mascherato da evento negativo.

 

 

 

Raccolta immagini

Alessia Spina

Alessia Spina

Nata a San Benedetto del Tronto, sul mare, vive a Milano e lavora come supporto amministrativo alla ricerca scientifica in settimana e come accompagnatore turistico nei weekend, quando riesce. Fotografa per non implodere, è la prima valvola di sfogo. Dipinge per rallentare, scrive per non dimenticare.

Nel 2016 decide di frequentare una scuola di fotografia Bottega Immagine, Milano, e scatta sia in digitale che in analogico. Nel 2018 segue un workshop di Water & Surf Photography, “Atlantica”, con Silvia Potenza, Milano-Santander, e un corso di camera oscura, Bottega Immagine, Milano. Frequenta il laboratorio fotografico di ISOZERO2 con Efrem Raimondi, Rimini (2019-2020).

Lavori e libri fotografici autoprodotti:

  • “Il Paesino Racconta i Suoi Eroi”, reportage in bianco e nero sulla vita quotidiana del suo paesino di origine, Monteprandone.
  • “Oktobermess”, reportage a colori delle tre fasi di una sbronza all’Oktoberfest, Monaco di Baviera.
  • “Routine”, progetto personale di autoritratti a colore sulla vita di coppia nella routine quotidiana.
  • “Pandemonio”, progetto personale di ritratti a colore sugli attacchi di panico (2021). Libro acquistabile online: https://crowdbooks.com/it/pandemonio/

Contatti e-mail: alessiaspina@aol.com