Qualcosa di personale, la fotografia di Florence Di Benedetto

© Florence Di Benedetto - Ulivo madre

© Florence Di Benedetto - Ulivo madre

Florence Di Benedetto nasce a Bari da madre francese e padre italiano. Il suo lavoro è incentrato sulla contaminazione tra fotografia e pittura. Racconta storie che la toccano nel profondo con un approccio molto personale e spesso simbolico. Crede che la fotografia possa generare empatia, emozione e interesse e creare connessioni profonde.

Ho incontrato Florence Di Benedetto nel suo studio di Milano.

Ciao Florence, tu hai studiato all’Istituto di Fotografia di Milano, che ruolo ha avuto la scuola nel tuo percorso artistico?

La scuola mi ha insegnato a lavorare con molti strumenti, incluso il banco ottico. E poi la camera oscura e tutto il processo di produzione fotografica. Un’esperienza fondamentale per la mia crescita. Mi ha anche dato modo di conoscere molte persone che sono state importanti per la mia carriera. In particolare Roberto Mutti e Maurizio Galimberti. Per qualche tempo ho lavorato come assistente di Maurizio, lui mi ha aiutato a capire quale era la mia strada. Grazie al lavoro con lui ho compreso che la fotografia non era solo scatto e stampa ma poteva includere altre tecniche.

E dopo la scuola, come hai iniziato a lavorare?

Dopo il diploma ho iniziato a lavorare nella moda e nella pubblicità still life. Ma questo ambito non era di mio interesse, per cui ho cercato un percorso diverso, più personale. All’inizio è stato molto difficile. Il mio primo lavoro nell’ambito fotografico è stato quello di archivista nell’agenzia di Grazia Neri. Li ho capito il funzionamento del mercato della fotografia. Poi sono andata a Roma dove ho lavorato nel cinema come fotografa di scena. Lavoro e ricerca.

Hai fatto un po’ di gavetta?

Ho esposto nei posti peggiori, avevo sempre voglia di presentare i miei lavori. Qualsiasi angolino andava bene. Il confronto ti aiuta a capire quello che stai facendo. Perché se pensi di avere un talento, è il confronto che ti fa scoprire se davvero ce l’hai.

Il lavoro con una galleria è stato passaggio importante, perchè?

Cercavo qualsiasi luogo dove esporre: ristoranti, negozi, qualsiasi cosa. È così che ho conosciuto una persona che è stata molto importante e che mi ha presentato a Glauco Cavacciuti, gallerista di Milano. Con lui ho avuto l’opportunità di entrare nel mercato dell’arte. Il gallerista ha una funzione importante che non è solo quella di indirizzare, ma anche di appoggiare e sostenere il percorso dell’artista. Il gallerista si espone in prima persona. Ha il polso non solo dello scenario artistico ma anche del mercato.

Solo galleria o anche lavori su commissioni?

Solo Galleria. Ho interrotto tutto. Volevo dimostrare che potevo mantenermi con questa professione. Il lavoro vero è iniziato con la galleria.

Parlami del tuo primo lavoro.

Utilizzavo già una tecnica mista: fotografia e pittura. Era un quadro di New York. Avevo fatto vedere a Glauco Cavacciuti il portfolio, ma poi ho deciso di portargli un’opera vera e gli ho consegnato questo quadro. Dopo una settimana, mi chiama e mi dice: guarda il tuo quadro l’ho messo in studio da me e lo avrei venduto almeno cinque volte; se vuoi possiamo iniziare a lavorare insieme.

Raccontami un po’ della tua tecnica.

Io provengo da una famiglia, da parte di mia madre, che era molto coinvolta nella pittura, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta. Ho avuto modo di assorbire anche quel mondo, che mi ha stimolato a mettere insieme varie tecniche. Come fotografa artista ho delle idee che mi si presentano come visioni. Per rendere reale l’immagine che avevo nella mente ho utilizzato, per molto tempo, una tecnica mista. Perché la fotografia, da sola, non mi soddisfaceva. Ho lavorato per molti anni sui ritratti di grandi città: Londra, New York, Parigi, Milano. La pittura mi ha aiutato a trasformare l’immagine fotografica in quello che volevo far vedere e per sviluppare questa tecnica ho fatto ricorso a tutto quello che avevo imparato in camera oscura.

La pittura dove la applichi?

Non è una stampa sulla tela. Io stampo su carta e poi trasferisco l’inchiostro sulla tela. Tratto la carta con vari diluenti che fanno impregnare la tela dell’inchiostro della stampa. Tutti i neri sono a pittura. I grigi sono quelli della stampa fotografica.

Oggi lavori ancora così?

Per molto tempo ho lavorato in questo modo. Poi negli ultimi anni ho cambiato, quella tecnica non era più idonea a rappresentare le storie che volevo raccontare. È stato il lock down ha darmi l’occasione per utilizzare un nuovo linguaggio, che avevo tenuto nel cassetto, e lavorarci a tempo pieno. Ed è nato il progetto “La festa è finita”. Io sono di Bari e mi veniva in mente come la mia infanzia è stata piena di affollate feste patronali come quella di San Nicola. Erano momenti di gioia collettiva che ora rappresentavano la cosa peggiore che potesse avvenire. E quindi ho deciso di far realizzare una luminaria con la scritta “la festa è finita”. La luminaria rappresenta quel tipo di cultura che fa parte delle mie radici, ma il messaggio è l’opposto di quello che essa rappresenta. Nel 2021, c’è stato il lock down di Draghi, l’Italia era chiusa. E proprio in quel periodo ho deciso di fotografare la luminaria e ambientarla in vari luoghi che avevo già in mente. Luoghi che per me erano significativi per rappresentare il corto circuito che stava avvenendo. È stato un momento coinvolgente. E questo è stato il mio rientro nella fotografia pura. Qui non ci sono interventi sulla stampa. Non c’è postproduzione significativa. Sono tornata alla fotografia naturale.

Noi ci siamo conosciuti a Milano al MIA dove hai presentato il lavoro “La natura umana”, sui danni causati dall’uomo all’ecosistema. Perché hai scelto questo soggetto?

Per molti anni non c’è stato molto interesse su questi temi. Lo sviluppo economico ha avuto la priorità. Quando ci siamo resi conto che violentare l’ambiente creava problemi anche all’uomo c’è stato un cambio di pensiero. Ed io ho voluto rappresentarlo.

In che modo?

Non sono una fotografa di reportage e quindi non sono andata nei luoghi dove si vede il danno arrecato dall’uomo. Ho scelto di raccontare la violenza che è stata perpetuata sulla natura con l’utilizzo di simboli. E per far questo ho preso spunto dalla tecnica giapponese del Kintsugi, che è una modalità di riparazione delle ceramiche rotte ma anche una filosofia. In questa azione di riparare non c’è la volontà di nascondere, di ripristinare l’oggetto come era in origine, ma quella di sottolineare il danno. Perché esso non è visto come un elemento negativo. Per questa ragione la frattura viene riparata con l’uso dell’oro, proprio per dargli un significato più profondo. Il danno, come la memoria, serve come monito per non ripercorrere gli stessi errori. Quello che è stato un percorso sbagliato non deve essere cancellato. Anzi deve essere tenuto ben presente. Perché solo così si può riconoscere qual è la strada giusta.

Come hai applicato il Kintsugi al tuo progetto?

Ho utilizzato la tecnica del Kintsugi su alcune foglie, che rappresentano l’ecosistema. Con questo voglio dire che il danno c’è, ma il nostro impegno adesso è quello di ripararlo, curando l’ambiente in cui viviamo. L’oro, usato nel Kintsugi, è stato sempre carico di significati esoterici, anche nelle culture più antiche, in termini di rigenerazione, di crescita, di immortalità. Un significato quasi magico. L’oro è il filo conduttore di questo lavoro anche per queste forti simbologie culturali.

Nel progetto “La natura umana” c’è anche l'immagine di un ulivo. Cosa rappresenta?

L’anno scorso ero in Sicilia, una terra che amo, la terra di mio padre, per installare un’opera da un collezionista. Lui mi racconta che vent’anni prima aveva comprato un terreno dove era stato appiccato un incendio doloso. Era riuscito a salvare la maggior parte degli alberi di ulivo ma un ulivo era completamento bruciato. I contadini volevano tagliarlo, ma lui lo aveva impedito, voleva che rimanesse quale memoria di quello che era successo e della violenza dell’uomo sulla natura. Io gli ho chiesto di poter intervenire su quell’albero per includerlo nel progetto su cui stavo lavorando. Quindi sono andata a Siracusa e ho ricoperto completamente l’albero d’oro. Ora ci sono due opere che vivono separatamente ma condividono lo stesso messaggio: la pianta d’ulivo e la sua immagine fotografica.

Nei tuoi progetti metti sempre qualcosa di personale, perché?

Si, è vero. In questo lavoro, ad esempio, le piante che ho fotografato sono quelle donate da alcuni pazienti a mio marito, che è un medico, per le cura che hanno ricevuto. Ma soprattutto c’è la foto della cicatrice del mio parto cesareo. L’ho voluta mettere perché rappresenta il lato positivo delle ferite. E il cesareo è l’unica ferita da cui nasce la vita. Non ci sono altre cicatrici che hanno questo significato. Questa foto è il cuore del mio lavoro e rappresenta il modo di esprimere la mia visione, che prevede l’esposizione di qualcosa di personale. E cosa c’è di più personale di questa immagine?

Florence Di Benedetto

Florence Di Benedetto

Florence Di Benedetto è nata a Bari da madre francese e padre italiano. Dopo un corso di studi di Belle Arti negli Stati Uniti, nel 1998 si è laureata all'Istituto Italiano di Fotografia di Milano. Lavora come fotografa di moda e allo stesso tempo intraprende una ricerca personale incentrata sulla contaminazione tra fotografia e pittura. Nel 2001 espone per la prima volta le sue opere al Ken Damy Museum of Contemporary Photography di Brescia. Inizia a collaborare con il fotografo artista Maurizio Galimberti e per due anni si dedica ad approfondire le potenzialità artistiche della fotografia istantanea. Nel 2002 partecipa alla Biennale di Parigi di fotografia con la Galleria Caractère. Il suo lavoro si è concentrato sullo sviluppo del ritratto e del paesaggio metropolitano e sullo sviluppo di tecniche di trasferimento dell'immagine realizzate con strumenti più tradizionali, reflex e pellicola bianco e nero su tela, e sulla loro successiva reinterpretazione pittorica. Ha esposto le sue opere in mostre personali alla Galleria 196 e al Sole Arte Contemporanea di Roma e alla Galleria Fu Xin di Shanghai. Il 2010 si è aperto con una personale dell'artista alla Galleria Glauco Cavaciuti, incentrata sulla città metropolitana di New York. Nel febbraio 2011 Di Benedetto è stata selezionata per la finale del Premio Arte Laguna, che si è svolta alle Nappe dell'Arsenale. Nel giugno 2011 la Galleria Glauco Cavaciuti ha presentato una seconda personale dell'artista sulla città di Milano e nel maggio 2017 Cavaciuti ha inaugurato la stagione espositiva con "Details", il nuovo ciclo di opere di Di Benedetto. Nel 2007 è presente con una sua opera nel volume "13 × 17", curato da Philippe Daverio ed edito da Rizzoli, un libro che rappresenta uno sguardo sull'arte e gli artisti italiani contemporanei. Negli ultimi anni le sue fotografie si trasformano in ispirazione pop, i suoi quadri sono dedicati all’arte realistica. L’artista mette da parte i paesaggi metropolitani di Milano, con i suoi caratteristici tram arancioni, assieme ai taxi di New York e di Londra per concentrarsi sulla rappresentazione pittorica degli oggetti di uso e consumo più comuni e mettendo al centro della propria ricerca il colore. Il connubio tra fotografia, realismo e soggetti pop creano un perfetto equilibrio e sono esempio di raffinatezza ed originalità.