Ri-scatti. Per me si va tra la perduta gente

Adriano, 2022. II Casa di Reclusione di Milano-Bollate

Adriano, 2022. II Casa di Reclusione di Milano-Bollate

Fino al 6 novembre al PAC di Milano, via Palestro 14 è aperta al pubblico la Mostra fotografica "Ri-scatti. Per me si va tra la perduta gente". Questa esposizione è il frutto di un corso di 11 mesi a cui hanno partecipato 60 detenuti e 40 agenti di Polizia carceraria dei quattro Istituti di detenzione milanesi. Il progetto, promosso dal Comune di Milano è stato ideato ed organizzato dal PAC e da Ri-scatti onlus nell'ambito di RI-SCATTI,  l’associazione di volontariato che dal 2014 crea eventi e iniziative di  riscatto sociale attraverso la fotografia.

Le fotografie fatte dai detenuti e dagli agenti sono divisi per Istituto di pena. Le ottocento fotografie esposte sono state scelte tra le cinquantamila realizzate e rappresentano uno spaccato della vita carceraria in tutta la sua durezza per l’isolamento, la solitudine, le difficoltà quotidiane. 

Il titolo stesso della mostra di fotografie dal carcere induce a guardare in un Inferno simile a quello dantesco, eterno, spietato, senza possibilità di remissione. Io però uscendo da questa mostra ho sperato che un Purgatorio ci sia e che ci sia una risposta alla domanda “quanti reclusi torneranno a riveder le stelle”?

Il motivo che ricorre più spesso nelle fotografie sono gli spazi angusti e le barriere invalicabili. Dalle inferriate alle finestre solo in qualche caso riesce a filtrare un barlume di speranza, ma più spesso manca perfino il contatto visivo col mondo esterno, come se non ci fosse più un mondo esterno.

Le carceri non sono tutte uguali e, dalle immagini dei diversi Istituti che sono esposte, sono percepibili le differenti sensazioni che hanno i reclusi ed il loro diverso atteggiamento nei confronti della detenzione.

Nella Casa Circondariale soggiornano i detenuti con condanne brevi, quelli in attesa di giudizio o giunti verso la fine della pena. Dalle loro fotografie traspare un certo legame tra il detenuto e il suo sguardo verso l’esterno, la speranza di un ritorno alla libertà e alla vita. Per esempio, si vedono gli allenamenti sportivi individuali ed a squadra; ci sono spesso immagini in cui dietro le sbarre si vede il “mondo vero”: case, alberi; è particolarmente significativa la fotografia della signora incinta che si accarezza l’addome con la mano mentre guarda all’esterno attraverso le sbarre; sono ricorrenti le immagini di un’attività di vita normale, come la preparazione e la cottura del cibo; in molte fotografie che inquadrano le brande si vedono le foto dei familiari o degli amici appese alla parete; tutti questi soggetti non si vedranno mai o raramente nelle fotografie delle Case di Reclusione.

Nelle due Case di Reclusione risiedono i condannati per periodi più lunghi. Nei loro scatti è più evidente il disagio, il senso del fallimento, la sensazione di perdita di un futuro e di appartenenza al mondo, la privazione del contatto con l’esterno e con gli affetti più cari. Forse molti di loro pensano quello che un recluso ha manifestato con una frase: “La mia più grande paura oggi? Di uscire e sapere che i miei figli non mi vogliono.” L’unica fotografia che mostra un collegamento col mondo esterno è quella di un uomo anziano che piange con in mano un mazzo di fiori, forse recapitato per la sua festa di compleanno. Si percepisce la difficoltà del rapporto sociale anche tra i reclusi: nella maggioranza delle fotografie non compare alcun rapporto interpersonale, i pochi individui rappresentati sono singoli o comunque non comunicano con altri. I soggetti sono spesso ripresi di spalle o hanno il volto non identificabile. Quasi tutte le foto che inquadrano le finestre con le sbarre non mostrano l’esterno, quello che si vede è un muro di recinzione o un altro caseggiato del carcere, insomma le sbarre nelle Case di Reclusione “rinchiudono”, inesorabilmente, nella “citta dolente”.

Nelle fotografie scattate all’Istituto Penale per minorenni troviamo differenti atteggiamenti, spesso è percepito un disagio importante, anche se vediamo gli allenamenti a calcetto, il saluto attraverso le sbarre, una significativa palla di Natale appesa alla branda, il tramonto attraverso le sbarre accompagnato dalla scritta “Oltre le mura c’è sempre il mondo. Un mondo bellissimo.” come dire: questo non è il mio posto, il mio posto è fuori, quando riuscirò a tornarci. Purtroppo solo poche immagini riflettono una speranza e ciò è gravissimo perché parliamo di giovanissimi, molti sembrano voler dimenticare il mondo esterno e persino i rapporti affettivi. Non si vedono mai i volti dei reclusi, né il mondo esterno, molto raramente i ritratti dei loro familiari. Cito due fotografie che spezzano il cuore: una lettera stracciata e il muro con un Crocifisso artigianale e la scritta: “a volte ci vuole più coraggio a vivere che a morire”, dove sembra che la disperazione abbia preso il sopravvento.

Le fotografie degli Agenti ritraggono spesso un ambiente di lavoro difficile, dove anche per loro regna la solitudine, l’isolamento in cui si svolge il loro lavoro all’interno del carcere, gli spazi angusti e spesso degradati, la paura delle rivolte. Alcuni agenti hanno reso fotograficamente l’orgoglio per il proprio lavoro, con la scritta “La legge è uguale per tutti” e gli ambienti creati per il reinserimento dei detenuti: l’aula scolastica, i laboratori di artigianato, la Cappella durante la Funzione, le classi di studio, l’attività sportiva. È significativa l’immagine dell’agente che stringe la mano ad un detenuto (che torna alla vita normale?).

Insomma davanti a queste fotografie non è possibile rimanere indifferenti, perché emergono pochi indizi che ci facciano pensare ad un percorso di recupero. Molte fotografie sono così amare da avermi ricordato un libro toccante sul tema dell’ergastolo scritto da Elvio Fassone e intitolato “Fine pena: ora”, dove l’insolito epistolario tra un giudice e un ergastolano drammaticamente rivela come, dopo decenni di speranze recise, anche il più determinato dei detenuti si arrende.