Robert Capa: 300 fotografie in mostra al Museo Diocesano di Milano

© Robert Capa - International Center of Photography/Magnum Photos - Sicilian peasant telling an American officer which way the Germans had gone, near Troina, Italy, August 1943

© Robert Capa - International Center of Photography/Magnum Photos - Sicilian peasant telling an American officer which way the Germans had gone, near Troina, Italy, August 1943 

Al Museo Diocesano di Milano è aperta fino al prossimo 13 ottobre la mostra “Robert Capa. L’opera 1932-1954” curata da Gabriel Bauret. Vi sono esposte 300 fotografie del famoso fotografo tratte dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos.

Le fotografie, presentate in ordine cronologico, ci accompagnano attraverso tutta la vita fotografica di Capa, dagli esordi nel 1932 alla sua morte avvenuta nel 1954, si può ben dire sul campo, perchè causata dall’esplosione di una mina anti-uomo in Indocina. La mostra, che racconta la carriera fotografica di Capa, è divisa in 9 sezioni tematiche: Fotografie degli esordi, 1932–1935; La speranza di una società più giusta, 1936; Spagna: l’impegno civile, 1936–1939; La Cina sotto il fuoco del Giappone, 1938; A fianco dei soldati americani, 1943–1945; Verso una pace ritrovata, 1944–1954; Viaggi a est, 1947–1948; Israele terra promessa, 1948–1950; Ritorno in Asia: una guerra che non è la sua, 1954.

Tra le immagini di guerra esposte non mancano quelle che lo hanno reso celebre, come “Il miliziano colpito a morte” del 1936 o “Il contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi” del 1943 o ancora le famosissime fotografie dello sbarco in Normandia del 1944. 

Le prime due sezioni raccontano il disagio degli anni ’30 con fotografie che documentano gli scioperi alternate a quelle che celebrano momenti di svago, come le immagini del Tour de France focalizzate sul pubblico. Già da queste foto è evidente una delle caratteristiche di Capa: quando vuole descrivere un evento si sposta continuamente in modo che la stessa situazione sia presentata da diversi punti di vista. 

Capa ha inventato un modo nuovo di raccontare la guerra. Già nelle fotografie della guerra civile di Spagna le immagini dei militari sono riprese a distanza ravvicinata, sia quando sono impegnati in battaglia che durante le pause, in modo da cogliere le emozioni e descrivere la vita del soldato anche durante i momenti di pausa dal combattimento. Insomma a Capa interessa l’uomo in guerra con la tensione dell’attesa, la nostalgia di casa, il rapporto coi commilitoni. Della guerra sono ben rappresentati i danni collaterali: le case bombardate, le vittime, i feriti, l’espressione terrorizzata o disperata dei civili, le donne e gli anziani che scrutano il cielo in attesa del raid aereo, la corsa al rifugio, gli sfollati che abbandonano la città, i profughi che lasciano la Spagna coi loro pochi averi racchiusi nei fagotti o nelle valige insieme alla speranza di un’ospitalità che verrà delusa nei campi di internamento francesi. 

Il racconto dei “danni collaterali” della guerra resta il focus più sentito anche delle fotografie del 1938 sulla guerra cino-giapponese, con le donne in posa da marionetta durante l’addestramento militare, le macerie nelle città, l’enclave francese assaltata dai cinesi che vi cercano rifugio, i treni che traboccano di sfollati.

Le foto “Al fianco dei soldati americani” sono il suo più completo reportage bellico che vede impegnato Capa prima in Sicilia allo sbarco degli americani, con una mirabile descrizione dell’ambiente e dell’accoglienza dei siciliani, e poi in Campania. Numerose fotografie descrivono le macerie, i soccorsi ai feriti, la sala operatoria allestita in chiesa coi chirurghi che operano a torso nudo, i prigionieri con l’espressione triste del vinto. Diventa più che mai chiaro il giudizio negativo di Capa sulla guerra, non vi vede né vincitori né vinti perché considera la guerra: “un inferno che gli uomini si sono creati da soli. Lo sguardo umanitario è molto evidente nelle fotografie della Normandia con i caduti sulla spiaggia, la sepoltura dei caduti, i prigionieri tedeschi, le case distrutte. Anche i momenti di allegria per la liberazione di Parigi, sono accompagnati da episodi dolorosi, la guerriglia urbana con i cecchini, le collaborazioniste che finiscono per suscitare la nostra compassione perché sono selvaggiamente dileggiate dai connazionali. Nello stesso senso vanno anche le fotografie di Berlino, dove nel dopoguerra la gente sembra vivere una vita tornata normale, ma in città le case sono ridotte a scheletri instabili e si è instaurata una povertà diffusa e prima sconosciuta. 

Ci sono poi le foto della Francia post-bellica con la ripresa di una vita “normale”, alcuni ritratti dei suoi amici del mondo cinematografico degli anni ’50, le fotografie dei viaggi in Russia, Polonia, Ucraina ed Ungheria dove la riscostruzione cerca di cancellare le tracce di una distruzione che rimane però evidente. 

L’ultimo capitolo completo è quello della nascita dello Stato di Israele, dove, vediamo un gran numero di profughi che arrivano stremati con poche valige, stazionano in campi tendati guardando verso un futuro fatto di speranza, che sembra concretizzarsi nell’agricoltura, la musica, la scuola, le nuove costruzioni.

La sua missione nella guerra in Indocina del 1954, sarà brevissima perchè dopo meno di un mese metterà un piede su una mina antiuomo. 

Tutti i lavori di Capa, seppur ambientati in paesi diversi, evidenziano che la guerra è sempre uguale a se stessa ovunque sia. In ogni luogo coinvolge i civili. Donne, anziani e bambini sono costretti a lasciare le case, ad avere paura dei bombardamenti, a subire le ferite, a piangere i figli e gli amici caduti. Capa ha un occhio di riguardo per i bambini che nei suoi reportage di guerra compaiono con occhi spaventati o preoccupati, vittime di qualcosa che non capiscono. Anche durante le pause, in guerra, non ci sono momenti di vita normale: vediamo le ausiliarie del corpo ambulanza dell’esercito francese vicino al fronte che fanno la maglia appoggiate all’ambulanza militare, con l’elmetto a portata di mano in attesa della chiamata, il sacerdote che celebra la Messa sul cofano di un mezzo militare, i militari che guardano le salme dei commilitoni caduti durante lo sbarco in Normandia allineate sulla spiaggia, i medici militari che si prodigano in ospedali da campo allestiti nei posti più improbabili. 

Scrive Gabriel Bauret, il curatore della Mostra: “Se le fotografie di guerra plasmano la leggenda di Capa, nei suoi reportage lo vediamo anche guardare la realtà da diversi punti di vista, concentrandosi su quelli che il fotografo Raymond Depardon definiva “tempi deboli”, in contrapposizione ai tempi forti che solitamente mobilitano l’attenzione dei giornalisti e richiedono loro di essere i primi e più vicini. Nei “tempi deboli” le storie personali emergono dalla Storia universale, e il singolo si manifesta in tutta la sua umanità.”

Robert Capa

Nasce nel 1913 a Budapest da famiglia di origne ebraica col nome Endre Friedmann. Nel 1931, dopo esser stato arrestato in patria per attività di sinistra, si trasferisce a Berlino e si iscrive alla Hochschule fur Politik per studiare giornalismo. 1932 i genitori di Endre sono in difficoltà economica, perciò lascia gli studi per lavorare, viene assunto dall’agenzia fotografica Dephot come assistente del fotografo. Il 27 novembre viene inviato a Copenaghen per fotografare Lev Trozskji e pubblica così il suo primo reportage. Nel 1933 in concomitanza con l’ascesa al potere di Hitler fugge da Berlino a Parigi. Qui frequenta Cartier-Bresson, Seymur ed il suo compatriota Kertész. L’anno seguente incontra Gerda Pohorylle (poi Gerda Taro), tedesca di origini polacche, come lui fuggita dalla Germania perché ebrea. Gerda diventa l’agente di Endre, inizia a fotografare con lui e lo convince a cambiare il nome con quello più accattivante di Robert Capa. Da questo momento la vita di Capa è un susseguirsi di continue spedizioni nei paesi in guerra. Tra Robert e Gerda si instaura una relazione affettiva stabile ed una collaborazione fotografica che dura fino al 1937 quando Gerda muore per un incidente causato da un veicolo militare. Nel 1936 Capa fotografa gli scioperi di Parigi. Fino al 1939 si reca più volte in Spagna per documentare la guerra civile spagnola e diventa collaboratore della rivista Life. Nel 1938 si reca in Cina per documentare la guerra Cino-Giapponese. Nel 1943 segue la campagna degli USA in nordafrica, lo sbarco in Sicilia e l’avanzata alleata in Italia. Dal 1941 al ’43 si reca più volte a Londra a fotografare la vita nella città bombardata e poi, nel 1944 partecipa allo sbarco in Normandia e segue l’avanzata americana fino a Parigi e poi in Belgio. Nel 1945 fotografa la liberazione della Germania; qui incontra Ingrid Bergman, la segue ad Hollywood, ed intraprende con l’attrice una relazione che dura 2 anni. Nel 1947 partecipa alla fondazione dell’Agenzia Fotografica Magnum. Nel 1948 testimonia la proclamazione dello stato israeliano. In questo periodo pubblica il suo libro fondamentale Slightly Out of Focus, poi con John Steimbeck il Diario russo, frutto di un viaggio nell’Unione Sovietica; poi sviluppa una serie di progetti in comune anche con gli scrittori Irwing Shaw (Report on Israel) e Theodore H. White. Nel 1954 si reca prima in Giappone e poi in Indocina a fotografare la guerra franco-indocinese, il 25 maggio muore per l’esplosione di una mina che calpesta mentre si disallinea per fotografare “da un diverso punto di vista” le truppe francesi.

© Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos-