Per una vita migliore

© Giuseppe Secchi

© Giuseppe Secchi

Ho conosciuto Giuseppe Secchi a Lodi durante il Festival della fotografia etica dove, negli ultimi anni, ha esposto diversi lavori fotografici ambientati a Cuba: Per una vita migliore (2021), Simpliemente Susel (2020) e Fuerza y Pasion (2018).

Ciao Giuseppe, parlaci un po’ di te e di come hai iniziato a fotografare.

Sono nato a Lodi nel 1947. Ho lavorato tutta la vita come elettricista e dal 1972 ho iniziato a fotografare per passione. Mi sono chiesto tante volte come è iniziato questo interesse, senza riuscire a rispondere. Molto probabilmente tutto nasce dalla mia innata curiosità. Sono anche un gran divoratore di film dai quali probabilmente ho imparato le inquadrature e la composizione dello scatto.

Mia madre mi regalò la prima macchina fotografica acquistata con i punti dei dadi Star. L’ho usata solo con un paio di rullini e poi ho smesso. Un fallimento totale.

Dopo questo piccolo trauma iniziale, quali sono stati i passaggi più rilevanti per la tua crescita in ambito fotografico?

A 23 anni mi sono iscritto al Fotoclub Barbarossa di Lodi. Per la verità nemmeno sapevo che ci fosse un gruppo fotografico in città. Fu un mio collega di lavoro che me lo suggerì. Ricordo che il primo approccio alla fotografia fu traumatico. Quindi non è il caso di tornarci sopra.

Come attrezzatura fotografica ho iniziato con una Zeiss Icarex acquistata usata. Dopo un paio d’anni sono passato alla Leica M4, che successivamente ho sostituito con due Contax. Ora fotografo con Sony A7RII e A7RIII.

Ho partecipato a diversi concorsi nazionali della Fiaf con risultati altalenanti, vincendone uno a Civitanova Marche. Ho assistito per molti anni agli incontri internazionale di Arles, dove ho avuto modo di osservare e approfondire lo stile fotografico di molti importanti fotografi: Gordon Parks, Guy Bourdin, Jean Loup Sieff e altri ancora.

Negli anni 80 ho collaborato con la Galleria d’arte il Gelso di Lodi, per organizzare mostre fotografiche, in collaborazione con la Galleria il Diaframma di Lanfranco Colombo. Questa frequentazione mi hanno permesso di conoscere artisti di fama, tra cui, restando in ambito fotografico, Mimmo Rotella, Bertini, Aldo Tagliaferro e Elio Mariani. Questo è stato per me un bellissimo periodo che ricordo con nostalgia.

Come nasce il progetto “Per una vita migliore”?

Il progetto nasce per puro caso, durante una passeggiata con il mio amico Pavel Alejandro Barrios Sosa. Era l’ottobre 2018, Camagüey, Cuba. Mentre parlavamo del più e del meno, passando davanti ad una palestra dove alcuni giorni prima avevo fatto degli scatti agli atleti che si allenavano con i pesi, esce il discorso su cosa spinge gli uomini a praticare il culturismo.

Una settimana prima, sempre in quella palestra, avevo conosciuto un atleta di nome Zajas Fernandez. Lo invitai all’inaugurazione della mostra “Mio Amico, il Cubano” che si stava tenendo presso la Galleria Larios. Lui molto gentilmente venne con sua moglie. Fu l’occasione per chiedergli di poter fotografare lui e la sua famiglia. Il giorno dopo, alle sette e trenta del mattino, andai a casa sua a fare le foto. E la storia fini li.

Rientrato in Italia, durante una cena, accenno al fotografo Paolo Marchetti che dovendo tornare a Cuba sarebbe stata mia intenzione proseguire il lavoro che avevo solo iniziato su Zajas e la palestra. Parlammo per circa un’oretta, tra una portata e l’altra, e sviluppammo delle idee su come procedere.

Quindi forte di quelle idee, l’anno dopo, il 2019, tornai a Camaguey. I primi giorni fui impegnato nell’allestimento e nella promozione della nuova mostra “Simpliemente Susel” presso la Galleria Alejo Carpentier.

A cinque giorni dalla partenza per l’Italia andai con mia moglie e Pavel alla palestra dove si allenava Zajas per proseguire il lavoro che avevo iniziato l’anno prima e, triste notizia, scoprii che lui non era più a Camaguey. Sinceramente mi sentii depresso, in quel momento mi crollò il mondo addosso. Mi sentii vuoto per la mancanza di tutte quelle fotografie che avrei voluto fare.

Uscimmo dalla palestra e discutemmo in strada animatamente, perché sia mia moglie che Pavel insistevano nel chiedermi di fotografare gli atleti nelle palestre, mentre io no, non era quello che volevo fare. Andammo avanti a discutere per un paio d’ore bevendo rum. Nel tardo pomeriggio mi convinsi a fotografare le palestre. Le riprese durarono tre giorni, dalle cinque alle sette del pomeriggio, perché gli atleti sono tutti operai che lavorano e dopo vanno in palestra.

Da quel lavoro fotografico svolto nelle palestre, grazie a Pavel, profondo conoscitore del tessuto sociale politico di Cuba, ne è nato un audiovisivo fotografico sul culturismo (in allegato NdR) e su chi, come Charles Atlas, pseudonimo di Angelo Siciliano, con questo sport è riuscito ad emanciparsi. Le mie foto sono il fulcro dell’opera di Pavel, che ringrazio di cuore, insieme ad Alberto Santos autore del montaggio e del suono.

L'audiovisivo, con le tue fotografie, racconta degli ideali di bellezza e di come questi sono molto cambiati nella Cuba di oggi. Cosa è accaduto?

Negli ultimi anni i cubani stanno cambiando il loro aspetto, stimolati dalla moda internazionale. Ora prevale la figura dell'uomo muscoloso, tatuato, con il corpo rasato in stile metrosexual. E le donne hanno diversificato il loro nei modi più stravaganti. Per raggiungere i rispettivi canoni di bellezza sia l’uomo che la donna si spingono all’estremo.

Vi siete chiesti perché succede tutto questo?

Si. Forse semplicemente perché, data l'impossibilità di trasformare l'ambiente in cui vivono, essi si concentreranno sulla trasformazione del proprio corpo come unica azione possibile e accessibile di fronte al bisogno e al tentativo di trasformare l'ambiente e le possibilità di vita.

Sei riuscito a sviluppare il progetto che pensavi di realizzare sulla base delle foto scattate a Zajas Fernandez e alla sua famiglia?

Purtroppo no. Il progetto è al momento sospeso. Ho raccolto però alcune fotografie di Zajas e di alcuni culturisti cubani che danno una idea della vita quotidiana di questi atleti (visibili nella gallery allegata NdR).

Grazie Giuseppe per l’intervista. Spero che tu abbia la possibilità di continuare a raccontare fotograficamente questa interessante realtà.

Pino Secchi

Giuseppe Secchi è nato a Lodi nel 1947. Come lavoro faceva l’elettricista e dal 1972 fotografo per passione. Partecipa attivamente ai concorsi nazionale della Fiaf. Ha esposto in numerose mostre fotografiche personali e collettive. Le più recenti personali: Per una vita migliore,  Circuito Off – Festival della fotografia etica (Lodi, 2021), Simpliemente Susel, CIQ, Cenro internazionale di quartiere (Milano, 2020), Simpliemente Susel, Circuito OFF – Festival della fotografia etica (Lodi, 2020) e Mio Amico, il Cubano - Fuerza y Pasion, CIQ – Centro Internazionale di quartiere (Milano, 2019). Le più recenti collettive: Card Museo Diotti “cartoline d’artista – a cura di Ruggero Maggi e Tiziana Priori (2015), Biennale del Libro d’artista “presso Palazzo delle Arti di Napoli a cura di Ruggero Maggi (2015) e In memoriam di “Edgardo Abbozzo - Paolo Marzagalli e gli amici lodigiani presso Istituto A.Cesaris - A cura di Amedeo Anelli (2014).